28/05/13

Ventitré, trentatré... come si scrive? Ci vuole l'accento o no?

La lingua italiana è infinita, difficile quanto bella e varia. Accenti e apostrofi mettono sempre dubbi, anche per parole che si pensa siano ormai parte del nostro background grammaticale.

Oggi volevo trattare i numeri, scritti in lettere, che contengono alla fine il "tre".

Bene, sono tante le persone che non mettono l'accento su queste "parole numeriche", termini definiti "Aggettivi numerali cardinali". Vediamo quindi come scrivere correttamente:

Nei numeri composti (ventitré, trentatré, ecc...) l'accento ci vuole.
Questa è la forma corretta.

Senza accento (ventitre, trentatre, ecc...) è meno corretta come forma, anche se diffusa (pure su alcuni quotidiani importanti...).

Un'altra regola che potremmo menzionare in questo caso è quella sugli "Aggettivi numerali ordinali", come "primo", "secondo", "terzo"... "undicesimo", "dodicesimo".

Il suffisso "-esimo", nel caso in cui la parola termini per "e", come ad esempio "ventitré" e "trentatré", si aggiunge alla parola senza la modifica della lettera finale (come in "undici", che perde la "i" per far spazio alla "e" di "esimo"): infatti avremo ventitreesimo e trentatreesimo, con la doppia "ee" al centro. L'accento, invece, in questo caso scompare.

Curiosità sui modi di dire:
una volta si usava l'espressione "portare il cappello sulle ventitré", per indicare quando il copricapo veniva inclinato su un lato.
Il detto deriva proprio dalla posizione delle lancette dell'orologio, inclinate a quell'ora.
Un'altra interpretazione si basa sul fatto che alle 24 è l'ora dell'Avemaria, la fine del giorno, della luce e quindi un'ora prima il sole risulta essere molto basso, tale da dover inclinare il cappello. Ad ogni modo è considerato come un gesto di spavalderia, braveria.